Anche se è pratica e gustosa, è poco richiesta. Tutta colpa dell’effetto dotazione…


Diciamo la verità: doggy bag non è proprio un nome invitante, l’inconscio rimanda inevitabilmente all’immagine della ciotola per cani. Eppure, ci sarebbero tante buone ragioni per portarsi via gli avanzi di una cena al ristorante. Motivazioni economiche, visto il costo medio di un pasto fuori casa. Motivazioni pratiche, legate al risparmio di tempo che si ottiene utilizzando alimenti già preparati. Motivazioni edonistiche, si pensi al piacere di gustarsi, in un secondo momento e a stomaco più vuoto, quello che lasciamo nel piatto perché già sazi.

DOGGY BAG? GLI ITALIANI I PIÙ RILUTTANTI

In verità, la riluttanza a chiedere la doggy bag è soprattutto italiana. Negli Stati Uniti, ovviamente, è una pratica abituale, complici anche le porzioni solitamente abbondanti. Lo stesso discorso vale per i paesi nordeuropei, mentre in Francia è addirittura la normativa a sollecitare l’uso dei contenitori per gli avanzi, un obbligo in tutti gli hotel e nei ristoranti con più di 180 coperti. In Italia, invece, la realtà è che solo il 28% di chi mangia fuori casa chiede la doggy bag. Lo ha rivelato un’indagine della Coldiretti secondo cui c’è anche un 25% di italiani che la ritiene una pratica “da maleducati, da poveracci e volgare”.

L’EFFETTO DOTAZIONE ALL’ORIGINE DEL DISAGIO

Qual è il motivo che ci rende così refrattari alla doggy bag? La spiegazione sembra arrivare dall’economia comportamentale: tutto dipenderebbe dal cosiddetto “effetto dotazione”, come sostiene Brian Wansink, direttore del Food and Brand Lab della Cornell University. In pratica, noi tendiamo ad attribuire a un bene che possediamo un valore assai maggiore di quello reale. Questo comportamento irrazionale si manifesterebbe anche con gli avanzi del ristorante: anche se per impacchettarli e restituirceli, non vogliamo che ci siano tolti. Devono rimanere lì, nel piatto.

Supponendo che l’effetto dotazione sia la causa della nostra titubanza, non ci resta che adottare le giuste contromosse. Per esempio, potremmo fingere di stare accudendo il cane di un amico in vacanza. In alternativa, potremmo sollecitare i ristoratori italiani a seguire l’esempio dei colleghi francesi, che hanno cambiato nome alla doggy bag. Per superare la riluttanza dei clienti a chiederla, l’hanno ribattezzata gourmet bag.

Tutta un’altra storia, non c’è dubbio…

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