Come orientarsi nella scelta delle tante tipologie presenti sul mercato


È sempre più insidiato dalla diffusione di bevande a base vegetale, ma il latte rimane il latte. Non a caso è vietato associare questo termine a prodotti ricavati da riso e avena. E, per quanto si preveda un’ulteriore contrazione nel suo consumo, rimane un alimento centrale nella dieta di milioni di italiani. Soprattutto a colazione, ovviamente.

Ecco cosa sapere prima di scegliere una delle tante tipologie presenti sul mercato.

NEL LATTE NON SONO AMMESSI ADDITIVI

Nella produzione di tutti i tipi di latte non è ammesso l’uso di additivi cioè coloranti, conservanti e via dicendo. È, invece, consentita l’aggiunta di panna e l’arricchimento con proteine (sempre del latte), sali minerali o vitamine. Ammessa anche la riduzione del lattosio, uno zucchero indigesto per gli intolleranti. Il processo con cui viene ridotto comporta la sua conversione in glucosio e galattosio, zuccheri più facilmente assimilabili.

LA CLASSIFICAZIONE IN BASE ALLA MASSA GRASSA

Il primo dei fattori di classificazione è quello che prende in considerazione il contenuto di massa grassa. Da qui le tre categorie di latte intero, parzialmente scremato e scremato. Il prodotto intero ha tenore di grasso pari o superiore al 3,5%. Quello parzialmente scremato presenta una materia grassa compresa tra 1,5% e 1,8%. Quello scremato ha un livello di grasso inferiore allo 0,5%.

LA CLASSIFICAZIONE PER TRATTAMENTO DI LAVORAZIONE

Il trattamento a cui è sottoposto determina se un latte è fresco, micro-filtrato, a lunga conservazione o crudo. È fresco quando subisce solo una volta un trattamento a 72° per 15 secondi nelle 48 ore successive alla mungitura. La cosiddetta pastorizzazione elimina i batteri più fastidiosi ma lascia pressoché intatto il carico nutriente del latte. È micro-filtrato quando viene pastorizzato come il fresco e, poi, ulteriormente filtrato. Questo secondo processo serve a rimuovere i microrganismi per allungarne la conservabilità. La bollitura del latte micro-filtrato comporta la perdita di nutrienti essenziali. È a lunga conservazione quando viene prima sterilizzato e successivamente pastorizzato a una temperatura più alta del fresco. È detto anche UHT dall’acronimo inglese che, appunto, indica l’uso di temperature elevate. Il suo apporto nutrizionale è inferiore a quello degli altri. È crudo quando viene munto e trattato ad una temperatura non superiore ai 40°. Facile intuire che la carica batterica non viene eliminata del tutto: ecco perché va sempre bollito. Negli ultimi anni si è diffuso grazie ai “distributori” automatici.

LE DATE DI SCADENZA

Proprio il tipo di trattamento a cui è sottoposto determina la scadenza del latte. Il fresco deve essere consumato entro 6 giorni dalla pastorizzazione. Il micro-filtrato ha una scadenza pari a 10 giorni. Il latte a lunga conservazione UHT va preferibilmente consumato entro 90 giorni (e conservato in frigo dopo essere stato aperto).

latte
Foto: Pexels.com

LE INDICAZIONI SPECIALI IN ETICHETTA

Come è noto, il latte è un alimento fonte di calcio, proteine e vitamine. Nel caso in cui la loro presenza è significativa, può essere pubblicizzata sulla confezione. La condizione da soddisfare per sfruttare questa opportunità è una presenza pari al 15% della dose giornaliera consigliata. Se, quindi, leggiamo “Fonte di calcio”, quel latte ne deve contenere almeno 120 g. Una quantità che è pari, appunto, al 15% degli 800 mg giornalieri consigliati per questo minerale.

 

 

Fonte foto: www.pexels.com

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